La Cucina di Mia Nonna/My Grandmother’s Cooking

Non vi è nemmeno un vero piatto tipico italiano, sebbene quelli maggiormente esportati all’estero siano in effetti specialità ormai diffuse un po’ in tutto il territorio.Mi è capitato di viaggiare in regioni in cui non ero mai stato e vedere (e fortunatamente assaggiare) piatti di cui non avevo mai nemmeno sentito parlare.Credo di poter affermare senza essere smentito che si potrebbe passare una vita in Italia senza mai mangiare due giorni di seguito la stessa cosa.

Questo è dovuto, a quanto pare, sia a fattori territoriali che storici.

La penisola italiana è uno dei posti al mondo dove più si avvicendano climi e paesaggi diversi tra loro in spazi relativamente ristretti.

Nell’arco di un paio di centinaia di chilometri si va dalle montagne innevate più alte d’Europa ad impervie colline rocciose, quindi a pianure umide e nebbiose per poi di nuovo trovarsi tra colline boscose ed infine al mare. Per passare poi a deserti polverosi, paludi, rigogliose foreste, campi bruciati dal sole, vaste praterie, brulle distese di sassi. In un’area davvero molto limitata vi è quindi un’incredibile varietà di habitat naturali, così come di flora, fauna e colture. Si va quindi dalla zona dei grandi formaggi a quella dei grandi vini, dai piatti altamente calorici della montagna ai delicati piatti di pesce, ai frutti dei boschi, alla cacciagione. Il tutto mischiandosi ed arricchendosi in un numero quasi incalcolabile di varianti. Questo viene ulteriormente complicato se pensiamo alla molteplicità delle culture locali all’interno di una stessa regione, retaggio questo di un passato estremamente lontano.

Per circa un migliaio di anni dopo la caduta dell’impero romano d’occidente l’Italia è una penisola divisa, teatro di invasioni e violenze continue, senza un governo comune né forse una vera identità. Ogni città, munita delle sue mura per difendersi dalle minacce esterne, affronta a suo modo la storia e le difficili condizioni. Ognuna separata dalle altre sviluppa presto il proprio dialetto, spesso come lingua a sé stante, così come la propria filosofia, la propria politica, i propri costumi, la propria arte. Ovviamente anche la propria cucina. Nello stesso territorio convive una moltitudine incalcolabile di tradizioni, dialetti, usanze, feste popolari, superstizioni, preferenze culinarie, modi di raffinare il cibo, mangiare un pesce, vinificare l’uva, produrre grappa.

La cucina italiana non si può riassumere e, nemmeno con un grande sforzo di volontà, quella di mia nonna.

C’è la pasta ovviamente, ma non così spesso come si crede. Vi è l’olio d’oliva e vi sono gli ingredienti tipici del mediterraneo. Ma vi sono anche quelli della montagna, i formaggi, gli insaccati. Vi è cacciagione, pesce, funghi ed ogni tipo di vegetale, da quelli coltivati ai germogli di certe erbacce che infestano i boschi, ottimi nella frittata. Vi sono i fritti, i bolliti e i brasati. E paste ripiene, e riso, tartufi e gelati.

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There isn’t even a true traditional Italian dish, although admittedly those that are most commonly exported abroad are actually specialities you can find all over the country.I’ve visited regions I’d never been to before and seen (and fortunately tasted) dishes that I had never even heard about before.I believe I can state, without fear of being contradicted, that you could spend a lifetime in Italy without ever eating the same thing twice.

Apparently this is due to geographic as well as historical reasons.

The Italian peninsula is one of the places in the world where climates and landscapes are most varied, changing even within relatively small areas. In just a couple of hundred kilometres the landscape changes from Europe’s highest snow-capped mountains to unyielding rocky cliffs, then humid and foggy planes onto woods-filled hills and finally the sea. And then dusty deserts, swamps, lush forests, sun-scorched fields, vast prairies, barren stone plains. There are a huge variety of natural habitats within a very small area, as well as, consequently, different flora, fauna and crops. We therefore move from regions offering great cheeses to the lands of great wines, from the mountains’ calorie-filled dishes to delicate fish ones, wood berries, game. All of this is put together and enriched in an almost incalculable number of variations. This is further complicated if we consider the multiplicity of local cultures within the same region, the heritage of a very distant past.

For about a thousand years after the fall of the Western Roman Empire Italy was a divided peninsula, the backdrop for continued invasions and violence, without a common government and even a true identity. Every city, protected by its walls from external threats, faced history and harsh conditions in its own way. They soon developed their own dialect, often a language onto itself, and their own philosophy, politics, habits and art. And, of course, their own cuisine. An incalculable multitude of traditions converge in the same territory: different dialects, customs, popular festivals, superstitions, cooking preferences, food refining methods; different ways to eat a fish, to make grapes into wine, to produce grappa.

Italian cuisine cannot be summed up and neither, not even with a huge effort of will, can my Grandmother’s.

There is pasta, of course, but not as often as you’d think. There are olive oil and typical Mediterranean ingredients. But there are also mountain ingredients, cheeses, cured meats. There are game, fish, mushrooms and all types of vegetables, from cultivated ones to sprouts wood-infesting weed sprouts, which are excellent in omelettes. There is fried, boiled and braised food. And filled pasta, and rice, truffles and ice cream.

(continues on next page)

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